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“Lessico famigliare”: la ricetta dei biscotti e quella della felicità

La mia agenda è ordinata secondo un criterio preciso; segno i miei impegni e appuntamenti con colori diversi: con il pennarello nero gli adempimenti legati al lavoro e allo studio, con il pennarello blu le idee relative al blog e, infine, con il pennarello rosso tutto ciò che ha a che vedere con la sfera personale. Nell’ultimo periodo la mia agenda è stata invasa da chiazze di inchiostro nero, e per questo motivo il blog è stato silente. Ci sono dei periodi, che coincidono in genere con quelli in cui sono più oberata di lavoro, in cui ho bisogno, negli spazi riservati al tempo libero, di dedicare del tempo di qualità alle persone a cui voglio bene: è una questione di priorità ed equilibrio.                                                                                                                                            Per questo motivo, non avevo programmato un post sul weekend che ho trascorso in Sicilia, a casa dei miei genitori: sono stati giorni spensierati, intensi e semplici, di quella semplicità che profuma di zagara e dei miei biscotti preferiti, quelli che preparano la mamma e la zia, quando torno nel periodo pasquale. Insomma, gli aneddoti legati allo scorso weekend non sono di certo “materiale” per scrivere un articolo: sono puro “lessico famigliare“, preziosi per chi li ha vissuti in prima persona, ma difficilmente intellegibili dagli altri. Eppure riguardando le fotografie che ho scattato, ho pensato che c’era una storia che vale la pena di essere raccontata, perchè in fondo, ha a che fare con un viaggio: con il mio viaggio in Sicilia, con questi mesi in cui non ho scritto post sul blog e, soprattutto coi miei viaggi futuri.

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Diritto in Asia, per la prima volta: pensieri caotici pre-partenza

Alcune delle caratteristiche predominanti della mia personalità sono molto distanti dall’identikit della perfetta viaggiatrice: sono metodica, abitudinaria, alla costante ricerca dell’equilibrio e della stabilità. Viaggiare mi mette in discussione: mi costringe a fare un passo verso l’ignoto e a tuffarmi nel buio con gli occhi chiusi. Non importa quanti programmi io possa fare, quante pagine del mio diario io riesca a riempire studiando le guide, non riuscirò mai ad avere il pieno controllo della situazione, quando parto. Per questo viaggiare mi elettrizza, mi dà quasi le vertigini, perchè è una forma di auto-ribellione. 20161224_131640 Continua a leggere

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Un brindisi alla casualità

Mia madre mi ha sempre raccontato che di ritorno dalle vacanze, a fine agosto, quando il magone per la fine del viaggio faceva capolino, io ero solita esclamare, a mo’ di auto-consolazione: “dai ma tanto fra poco è il mio compleanno!“.
Da quel momento iniziava il mio conto alla rovescia e la caccia ai regali che cercavo di scoprire con largo, larghissimo anticipo.
Nonostante domani io compia ventisei anni, e quindi sarò ufficialmente adulta per Alitalia, Trenitalia e anche per l’Azienda Trasporti Milanese, ho aspettato questo giorno con lo stesso entusiasmo di quando ero bambina, come sempre. Forse perché quest’anno, per lenire le pene da sopravvenuta anzianità da viaggiatrice, mi sono regalata un viaggio: festeggio il mio compleanno a Tallinn, capitale dell’Estonia.

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Diritto… al punto.

Ho sempre vissuto ogni viaggio in maniera totalizzante, e questo oltre che di un’indole curiosa, è in gran parte merito dei miei genitori.

Con l’arrivo dell’estate, mia madre acquistava in un piccola libreria in centro le “guide verdi” della meta prescelta, e tra un impegno e l’altro iniziava a studiarle, disegnando a poco a poco un itinerario che comprendesse i posti che meritavano una visita.

I nostri viaggi familiari duravano circa un mese, erano eterogenei, mai noiosi, e innescavano un circolo virtuoso, o vizioso, a seconda dei punti di vista: lungo il tragitto di ritorno si alternavano ricordi appena plasmatisi e proposte più o meno fantasiose per le vacanze dell’anno successivo.

Durante quei viaggi io conservavo tutto: i biglietti di ingresso ai musei, le brochure turistiche, le cartoline; li riponevo in un quaderno deputato ad accoglierli nel quale scrivevo diligentemente di ogni tappa.

Il mio spirito di piccola cronista di viaggi era talmente spiccato che durante il viaggio che ci avrebbe portati fino Nordkapp, il punto più settentrionale d’Europa, iniziai, insieme a mia sorella, a contare le renne che avvistavamo lungo il tragitto, tenendo il conto nel mio diario di viaggio. Spingendoci sempre più a nord, lungo quei rettilinei costeggiati da abeti verdissimi, ci rendemmo conto che contavamo più renne che case, e dunque decidemmo di prendere nota solo degli episodi di avvistamento di alce bianco, animale che assunse ai nostri occhi di bambine, sembianze quasi mitologiche.

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